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Da Tangentopoli ad oggi, lo stato che vogliamo

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15 gennaio 2012 

Dalla caduta del fascismo ad oggi, ogni programma di governo ha previsto la soluzione dei problemi del Mezzogiorno di cui la Calabria è parte. Di anni ne sono trascorsi parecchi e i problemi, che sono rimasti sempre quelli, sono stati coperti da pannicelli caldi che, quando si sono raffreddati, hanno fatto vedere che nulla è cambiato se non gli uomini, ma con le stesse idee.

Anche il tanto declamato Berlusconi, oggi, fatto abdicare, nel suo ex programma di governo, non ne ha mai parlato e, se lo ha fatto, è apparso come quella pennellata in più che ogni pittore dà al quadro per renderlo più presentabile. Si vuol ricordare che in Italia vi è stata una richiesta di rinnovamento, che chiameremo risveglio, al quale dovremmo attribuire maggiore e migliore attenzione soprattutto in questi momenti di disorientamento programmatico istituzionale, non dimenticando che nella scelta degli uomini che ci hanno governato e che ci governano abbiamo più o meno contribuito tutti, nell’ansia dell’invocato rinnovamento.

Se questo desiderio di cambiare le cose ha avuto inizio da Tangentopoli e proseguito con la modifica del sistema elettorale, non significa che la modifica dello stesso sia la panacea di tutti i mali che ci affliggono, perché ogni novità è creatura degli uomini i quali mai perderanno la tentazione di migliorare, a tutti i costi, la propria condizione anche economica. Innanzitutto, a ricordo della storia, dovremmo imporci di eliminare dai nostri pensieri le tentazioni di divisioni che ancora esistono tra nord e sud anche se un divario socio-economico in realtà esiste. Infatti, mentre il pensiero politico del Mezzogiorno è ancora radicato principalmente nello statalismo, quello dell’alta e media Italia è da sempre votato agli influssi del privato per non parlare addirittura dell’individualismo.

La borghesia del nord sente assai più vivamente che da noi il valore della propria libertà individuale, come precipua espressione dell’individuo faber che non il valore dello Stato, quasi del tutto estraneo al loro modo di pensare. La libertà individuale, certamente alta aspirazione degli uomini, si ha e si conserva soprattutto col comportamento civico dei cittadini, ma anche con la eliminazione di governi tiranni che fanno leggi, le distruggono, le infrangono, le impediscono, le sospendono e anche le eludono con la sicurezza della impunità. Dove è il Parlamento? Anche in nome di questo abbiamo scelto la via del liberalismo che non può essere inventato ne usato solo come etichetta da contrapporre alla cosiddetta sinistra. In questo fine secolo tutti si accorgono di essere liberali: dagli ex fascisti agli ex comunisti. Finanche i cattolici dicono di essere liberali ma non illuministi creando il paradosso. Il liberalismo è solo un arte di governo che può dirsi liberale quando crea le condizioni per poter fare assegnamento sulla collaborazione spontanea e persino involontaria del popolo.

Il liberalismo lascia che le opinioni e gli interessi in contrasto si rintuzzino e si equilibrino a vicenda. Lo Stato liberale sorge dalla stabilità, dalla coerenza,  dall’imparzialità, dalla eliminazione dei poli geografici della Patria;dal libero gioco di tutte le forze sociali e politiche;di tutte le opinioni, di tutte le iniziative per una ordinata convivenza civile.Lo Stato liberale non può fermarsi alla vecchia concezione dell’essere liberale che era il minimizzare le funzioni dello Stato, riducendole al limite della conservazione dell’ordine giuridico e poliziesco, (vedasi gli ultimi avvenimenti a carattere nazionale). Le prevenzioni anti statali sono fuori luogo e debbono attenuarsi perché la grande intensificazione della vita sociale crea sempre nuovi problemi ai quali l’attività dei singoli è inadeguata a dare risposte per cui si vanifica la realtà sociale se questa non è perfettamente inserita e vive nello Stato il quale, comunque, offre una sfera di garanzie sempre più vasta, nonché la possibilità di scelta di forti personalità a presidio della democrazia e della libertà.

Lo Stato non può tracciare la diagonale delle forze industriali, ma deve consolidarle in rapporto con le altre forze economiche della nazione pensando le conseguenze che eventuali provvedimenti di favore possono avere sugli interessi generali, sui fattori produttivi, sulla distribuzione, sulla finanza, sulla difesa. Non sembra strano che la Carical sia diventata una banca del triangolo nord industriale? Da queste e non solo con queste considerazioni dobbiamo partire per poter dire qual è lo Stato che vogliamo, senza infingimenti e improvvisazioni, senza mitizzazioni, senza agire con le vecchie logiche, privilegiando chi si è imbarcato sul treno del vincente. Dobbiamo cercare di comprendere che la meta delle attività politiche non è il bottino, alla cui spartizione i ladri di Pisa litigavano.L’era degli evviva è finita;le passerelle di figuri tronfi devono trasformarsi in passerelle di uomini concreti per avere fatti concreti.

I vecchi politici, che si ritenevano santi perché si ritenevano in grado di intercedere presso l’Altissimo, hanno solo diritto ad una buona vecchiaia, fisica e mentale. Il rinnovamento consiste anche nel correggere il vecchio e riscoprire l’etica della gestione politica senza lasciarsi prendere da trionfalismo di bandiera e di facciata che allontanano sempre più il cittadino dalla partecipazione alla vita civile isolandolo in un assurdo egoismo che può sfociare in manifestazioni di ribellione di qualsiasi tipo. Cerchiamo di essere seri togliendo dalla nostra vita slogans e distintivi dal petto, sforzandoci di comprendere che il bene personale deriva dal bene di tutti. Per una sana politica è necessario riprendere il discorso sulla condizione del vecchio Stato liberale che voleva minimizzare le funzioni dello Stato, riducendole al limite della conservazione.

Pare che su questo tema e anche su altri si voglia ritornare al classico Liberalismo, agevolato in questo da poteri economici emergenti come la creazione di nuovi pool nei confronti dei quali non possiamo non parlarne, anche perché siamo tutti interessati, per la parte che ci appartiene, alla evoluzione di una sana politica economica...Noi siamo per quella rivoluzione liberale gobettiana che, guarda caso, è stata riscoperta impropriamente, perché mancanti di idee di base, da un post-comunista: D’Alema.

Volendo portare i concetti già espressi nella realtà territoriale in cui viviamo, dovremmo essere in grado, e lo siamo, di applicare gli stessi concetti al mondo del lavoro. Basterebbe realizzare adeguate attività cooperativistiche che riuniscano intorno ad uno stesso interesse persone di vario ceto ed età miranti a produrre, utilizzando tutte le leggi esistenti in materia di cooperazione beni di reale e immediato consumo che trovino nel nostro territorio, ed in quelli limitrofi, un facile terreno di espansione. Puntare, là dove mancano gli insediamenti industriali, sulla cooperazione quale mezzo e strumento di esaltazione del lavoro di gruppo nel contesto del quale trovino spazio ed impiego giovani ed uomini maturi, disabili ed anziani, ex tossico dipendenti ed ex detenuti , ciascuno impegnato in un preciso ruolo, per permettere tra l’altro la riscoperta di sentirsi uomo nel significato più pieno della parola.

Sergio La Ghezza

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