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Ultimissime dal Fisco: Matrimonio, patti chiari tra moglie e marito

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14 febbraio 2012

Quando si decide di formare una famiglia non si devono solo considerare gli aspetti umani e sociali dell’unione ma anche quelli economici. Dal fatidico “si” che dà inizio al matrimonio, comincia anche la vita dell’azienda famiglia, interessata a fenomeni che non si discostano molto da quelli di una comune impresa con entrate e spese. Tutto ciò che rimane, se rimane, rappresenta il risparmio. Ecco perché gli aspiranti sposi, prima di contrarre matrimonio, farebbero bene a pensare oltre al menu, bomboniere, testimoni ed inviti anche ai loro futuri rapporti patrimoniali.

E’ di fondamentale importanza pianificare per tempo le spese e le imposte da affrontare e pagare. Regolare quindi l’economia del proprio matrimonio è un atto che non deve essere sottovalutato. Anche il rapporto di coniugio, come in tutte le cose, è destinato un giorno a concludersi o per decesso o per una crisi insanabile che sfocia nel divorzio, ed è in tali momenti che ci si rende conto degli errori commessi. L’euforia e la felicità iniziale fanno sì che spesso si trascuri l’importanza di stabilire in anticipo quale regime patrimoniale scegliere per la futura vita matrimoniale.

Il regime patrimoniale

A seguito della riforma del diritto di famiglia, avvenuta con legge n° 151 del 1975, il regime patrimoniale normale della famiglia è la comunione legale dei beni. Per applicare il regime opposto, cioè quello della separazione, è necessario il consenso di entrambi i coniugi manifestato in occasione del matrimonio oppure con una successiva convenzione stipulata davanti al notaio. Prima della riforma il regime patrimoniale adottato era quello della separazione dei beni. Tutti gli acquisti effettuati da un coniuge si consideravano di sua esclusiva spettanza e per adottare la comunione occorreva un’apposita convenzione tra marito e moglie. Con la riforma del diritto di famiglia, operativa dal 20 settembre 1975, tutte le famiglia, da allora, sono passate automaticamente in regime di comunione, anche se il matrimonio era stato contratto prima, ma solo per i beni acquistati dopo tale data. In pratica, i coniugi che si erano sposati prima dell’entrata in vigore del nuovo diritto di famiglia, fronteggiavano due diverse situazioni: i beni acquistati fino al 19 settembre 1975 rimanevano in regime di separazione e il coniuge acquirente ne era l’unico titolare, mentre per i beni acquistati dal 20 settembre 1975 in poi passavano in regime di comunione nel senso che in ogni caso la titolarità spettava a marito e moglie anche se l’acquirente era uno dei coniugi. La legge di riforma, tuttavia, concedeva la possibilità al marito o alla moglie di opporsi, con dichiarazione che doveva avvenire entro il 15/01/1978 davanti ad un notaio o ad un ufficiale di stato civile del luogo in cui era stato celebrato il matrimonio. Entro la stessa data i coniugi potevano convenire che i beni acquistati prima del 20/09/1975, ma durante il matrimonio, passassero in regime di comunione.

Comunione dei beni

I beni che rientrano nel regime di comunione legale sono quelli acquistati durante il matrimonio ad eccezione dei beni che ciascuno aveva già prima dell’unione matrimoniale, i beni ricevuti da uno dei coniugi in eredità o donazione, quelli usati nel lavoro da uno dei due e i beni di uso strettamente personale. I coniugi possono gestire disgiuntamente i beni in comunione ma solo per gli atti di ordinaria amministrazione cioè quegli atti che non modificano la consistenza economica del patrimonio quali, ad esempio, acquisti necessari all’economia domestica o all’amministrazione del patrimonio, apertura del conto corrente e deposito di somme in banca ecc. Gli atti di straordinaria amministrazione sono quelli che determinano o possono determinare una qualche variazione nel patrimonio come ad esempio vendite e acquisti di beni immobili. Tali atti devono essere compiuti congiuntamente dai coniugi e solo in caso di dissenso tra i due, se l’atto di amministrazione straordinaria è necessario nell’interesse della famiglia, uno dei coniugi può rivolgersi al giudice per ottenere l’autorizzazione ad agire.

Separazione dei beni

Nel regime di separazione ciascun coniuge conserva la piena titolarità anche dei beni acquistati durante il matrimonio ne può disporre liberamente e i redditi da essi derivanti sono esclusivamente suoi. Se i coniugi vogliono acquistare in comproprietà un bene immobile è necessario che ciascuno partecipi all’atto di compravendita risultando contitolare del bene. In tal caso, la disciplina applicabile non sarà quella della comunione legale bensì quella della comunione ordinaria.

Cosa scegliere?

In genere agli aspiranti sposi si consiglia di optare per la separazione dei beni anche perché si può sempre decidere in qualsiasi momento di cointestare un bene all’atto dell’acquisto. Non solo, se uno dei due coniugi lavora in proprio, la comunione espone il patrimonio della coppia al rischio di impresa. In caso di debiti, se i beni personali non sono sufficienti, i creditori possono rivalersi su quelli della comunione solo, però, per il 50% del coniuge debitore. Ecco perché prima di contrarre matrimonio è bene conoscere le regole. Quella fondamentale prevede, per i coniugi che non abbiano operato alcuna scelta, che venga applicata la comunione legale. La separazione dei beni, invece, deve essere espressamente voluta dai futuri sposi e può anche essere effettuata al momento della celebrazione del matrimonio. Per verificare se si è in regime di comunione o di separazione dei beni è sufficiente chiedere un estratto dell’atto di matrimonio e se nell’atto non compare alcuna annotazione vale la comunione. Ed allora, è preferibile la comunione o la separazione dei beni? Ai futuri sposi la scelta!

Pasqualino Pontesi

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