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Correva l'anno 1978, la 'ndrangheta ed il caso Moro

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In una delle tante interviste concesse dal compianto senatore a vita, Francesco Cossiga, presidente emerito della Repubblica e profondo conoscitore dei misteri irrisolti dell'Italia della Prima Repubblica riproponeva l'eventualità di riaprire, nonostante i tanti anni trascorsi, la discussione su una delle pagine più tristi e più oscure della storia della nostra Repubblica: il caso Moro. E nella stessa intervista rilasciata nel 2006 Francesco Cossiga sottolineava anche una delle tante zone d'ombra di quella vicenda. E precisamente il ruolo che avrebbe potuto assolvere nei famosi giorni della prigionia di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse l'organizzazione criminale calabrese, la 'ndrangheta, che già allora vantava non poche aderenze nel mondo politico e cosiddetto istituzionale.

Particolare interesse riveste la testimonianza dell'ex deputato democristiano, Benito Cazora, che venne incaricato dal vertice dell'allora Dc di ricercare dei contatti con la malavita calabrese per scoprire qualche preziosa informazione su dove fosse ubicata la prigione di Aldo Moro nell'ambito del processo Pecorelli che si tenne a Perugia. Il 10 aprile 1997 Benito Cazora sostenne che già dopo solo sette giorni dal sequestro di Aldo Moro un calabrese conosciuto con il nome di Rocco indicò all'allora questore di Roma il fatto che in Via Gradoli vi fosse un covo delle Br. Illuminante anche la frase che tale Rocco disse in un incontro avuto con il deputato Dc, Cazora.

"Posso dare informazioni sul covo dove nascondono Aldo Moro perché i calabresi a Roma sono 400.000 e possono controllare il territorio". In molti si chiesero negli anni successivi alla morte del leader della Dc, come fosse stato possibile che i calabresi sapessero dell'esistenza del covo di Via Gradoli. Quella stessa via il cui nome comparve nel mentre di una seduta spiritica alla quale parteciparono numerosi esponenti politici e quello stesso covo dove ben tre poliziotti, nell'ambito di un controllo, giunti all'ingresso dell'appartamento dove le Br tenevano prigioniero Aldo Moro, suonarono il campanello più volte, e non ricevendo risposta alcuna decidono inspiegabilmente di andarsene ritenendo che nell'appartamento non vi fosse nessuno. E non basta, un altro ennesimo mistero è rappresentato dalle foto che un fortuito spettatore dell'eccidio di Via Fani, di origini calabresi, effettuò a pochi secondi dalla fuga del commando che sequestrò lo statista democristiano.

Foto scattate dal balcone dell'abitazione del fortuito spettatore e che vennero consegnate alla magistratura inquirente ma delle quali non si seppe più nulla. Eppure, per come ha sostenuto Sergio Flamigni, ex senatore del Pci, tali foto interessarono gli ambienti malavitosi calabresi. E tale interessamento si evince dal contenuto dell'intercettazione di una telefonata fra Sereno Freato, segretario particolare del Presidente della Dc, ed un deputato della balena bianca. E non è certamente un caso il fatto che alcune delle lettere che Aldo Moro scrisse durante la sua prigionia vennero indirizzate all'allora potente notabile democristiano, il calabrese Riccardo Misasi che si schierò a favore di coloro i quali erano i fautori di una possibile trattativa con le Br per salvare la vita di Aldo Moro. E spesso , negli anni successivi lo stesso Riccardo Misasi che si ritirò in Umbria dove visse gli ultimi anni della sua esistenza, affermò con rimpianto che esisteva qualche possibilità di salvare la vita ad Aldo Moro.

Ed ancora oggi rimangono insoluti tanti interrogativi e tanti misteri indissolubilmente legati alla Prima Repubblica, al ruolo dell'Italia nella guerra fredda, alla posizione geopolitica di un Paese di confine al mondo comunista ed alleato degli americani. Ed al pericolo di uno statista della Dc che voleva aprire al Pci. E quale ruolo ebbe la 'ndrangheta nel sequestro e nella morte di Aldo Moro? Quali parti deviati delle istituzioni ebbero contatti, se ve ne furono, con esponenti importanti dell'organizzazione criminale che a Roma esercitava il suo peso e che aveva contatti sia con la mafia siciliana che con la malavita romana, allora capeggiata dalla Banda della Magliana? Che attendibilità ha realmente l'ipotesi che quel giorno in Via Fani fosse presente un esponente di spicco della 'ndrangheta? A tali interrogativi non vi saranno probabilmente mai delle risposte in perfetta linea con un Paese fondato su misteri ed intrighi mai risolti.

Ma ancora una volta si conferma un dato incontrovertibile, quello che anche nel 1978, e sono passati ben 36 anni, la 'ndrangheta rappresentava un potere non indifferente. E figuriamoci cosa rappresenti oggi dopo tanti anni dove la stessa, indisturbata nella sua continua ascesa è al comando di quell'economafia che ha sostituito l'economia legale, costruendo un solidissimo potere economico a livello mondiale, che la consacra nel ruolo di organizzazione criminale più potente dell'intero pianeta. E nell'indifferenza generale l'espansione continua con la protezione di quel "terzo livello" di insospettabili e colletti bianchi che della corruzione hanno fatto lo strumento essenziale ed esclusivo per la conquista e la conservazione del potere. Con buona pace di chi ancora crede che qualcosa possa cambiare.

Redazione

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